DETTAGLIO NEWS DAL PROVINCIALE
01/04/2011 - UFFICIO STAMPA

Terranova:"No allo sfruttamento degli extracomunitari"

“Nel nostro territorio, come nel resto dell’Italia, ha preso piede un peculiare “sistema” del mercato del lavoro locale attraverso cui viene reclutata la mano d’opera immigrata, alla quale riserva un trattamento lavorativo diversificato, con un’estrema accentuazione delle condizioni sfavorevoli e di sfruttamento. Una sorta di sistema di “fatto”, parallelo a quello giuridico-formale delineato dalle vigenti normative, che rende gli immigrati una classe lavorativa al di fuori delle stratificazioni del lavoro che discendono non solo dal vigente quadro ordinamentale, ma anche dalle modalità lavorative irregolari presenti in tutto il contesto nazionale delle attività produttive, subendo, in questo, una sorte peggiore rispetto a quella che tocca alla mano d’opera nostrana con basso profilo professionale, la quale, quando non è in nero, viene contrattualizzata con forme di rapporto di lavoro incentrate alla massima flessibilità e alla più forsennata precarietà”. Inizia così la disamina della questione immigrati da parte del segretario confederale della Camera Territoriale del Lavoro, Salvatore Terranova, che poi porsegue. “Non è inusuale che gran parte degli immigrati, in molte realtà aziendali, riceva una paga giornaliera (molte volte in nero) pari al 40% del costo giornaliero previsto da contratti collettivi e con un ampliamento delle ore giornaliere lavorate fino ad arrivare a 13-14 ore al giorno, sabato compreso.
Questi sono fatti che il nostro territorio registra quotidianamente nel rapporto con questi lavoratori e sono, pertanto, condizioni di lavoro e di vita che si collocano molto al di sotto di quanto comunemente viene classificato quale status minimo da garantire per una esistenza appena normale. Si tratta di immagini di povertà, di sfruttamento e di accentuato disagio, eppure sino a qui – va detto crudamente – la nostra coscienza collettiva civile, a parte la meritoria iniziativa di qualche associazione religiosa, non ha assunto, pur essendone a conoscenza, con nettezza una posizione di rigetto e di condanna di questa impostazione schiavistica del lavoro immigrato invalsa nel nostro territorio. Non risulta di certo inverosimile l’asserto secondo cui, accanto ad imprese serie e virtuose, in cui i rapporti di lavoro instaurati sono la piena espressione e traduzione della civiltà giuridica del lavoro, ve ne sono, nel nostro territorio, altre nelle quali il concetto di “mercificazione” avvolge del tutto le persone in carne ed ossa, delle quali non si ha alcun rispetto. Non è molto difficile scorgere in molte realtà aziendali un regime di “sfruttamento” da prima rivoluzione industriale. Di aziende edili ed agricole che abbattono i costi del lavoro mal-pagando e sfruttando gli immigrati.
Di fronte a tali fatti, la comunità ragusana sembra reagire con l’indifferenza o a derubricare a mero fatto di cronaca una consuetudine che potrebbe sempre più allignare malignamente nella nostra mentalità e anche nel nostro modo di fare e di intendere l’intrapresa, cioè la prassi di elevare ad elemento strutturale e a variabile indipendente l’utilizzo bieco e disumano della forza-lavoro immigrata, dato che quest’ultima non trova, in questo fase, né adeguata rappresentazione sindacale né sensibilità politica ed istituzionale ampia, in grado di determinare una controtendenza volta a ripristinare un minimo corredo di tutele per le persone che ne sono coinvolte. Il rischio possibile è che siffatti comportamenti e tali usanze diventino “cultura” del fare e modello, purtroppo, cui riferirsi quando si pensa di definire un “nuovo assetto” alle politiche industriale in questo Paese. Questo ambito, che riguarda gli immigrati, è la prova a cui la storia sta sottoponendo la società civile ragusana, ma pensiamo che i fatti epocali che caratterizzano le nostre realtà (i fatti recenti e i profughi che giungono sulle nostre coste) rappresenteranno il banco di prova nel quale sperimenteremo il valore, la qualità, la caratura e la tenuta della visione antropologica che pensiamo si sia depositata nel sistema valoriale della cultura occidentale.
Lo sfruttamento lavorativo degli immigrati interroga la coscienza di tutti e tutti – istituzioni, sindacato, associazioni datoriali, forze dell’ordine, organi di controllo, chiesa, enti locali, associazioni di volontariato – sono chiamati ad uno sforzo nuovo che ponga le basi per combattere una inaccettabile “condizione”, che è l’inequivocabile segnale dell’offesa che arrechiamo alla nostra stessa umanità, alla nostra cultura comunitaria, al valore fondativo della democrazia, al valore dell’uguaglianza.
Non si può più temporeggiare, la Cgil nei prossimi giorni si farà promotrice di una proposta sulla quale chiamerà a raccolta le migliori energie del territorio e aprirà un cantiere di incontro e di riflessione per aiutare ed essere aiutata ad una maturazione civile capace di dotare il territorio di modelli che aiutino a sconfiggere il male assoluto dello sfruttamento bestiale dei migranti. Un primo passo importante potrebbe essere quello di far convergere, sotto la regia dell’Ufficio Provinciale del Lavoro, alla sottoscrizione, da parte di associazioni datoriali, sindacato, comuni, provincia, ordini professionali, Caritas, di un Protocollo Etico, che costituisca un modello che il territorio aspira ad applicare e a far rispettare anzitutto nel rapporto di lavoro che avrà con i nostri fratelli immigrati. La Cgil nei prossimi giorni delineerà le caratteristiche e le finalità di tale strumento, aprendosi al contributo di tutti, perché si tratta di affrontare una problematica di cui avvertiamo la intensità di fatto cardine del nostro stare insieme”.